AGRICOLTURA DI PROSSIMITA’ E “VERTICAL FARM”

Nell’ultimo secolo la quota di popolazione mondiale migrata dai piccoli centri rurali alle grandi città ha registrato un incremento che va dal 10% al 50%, con una previsione dell’80% entro il 2050. Questo crescente indice di urbanizzazione del territorio segna, ormai, una prevalenza dell’insediamento urbano su quello rurale proiettando inevitabilmente l’attenzione su alcune questioni importanti quali l’approvvigionamento del cibo per la popolazione che vive nei grandi agglomerati urbani.

In tale contesto le aree periurbane sono destinate ad assumere sempre maggiore rilievo nello sviluppo dell’agricoltura: da un lato, infatti, queste aree sono generalmente sottoutilizzate, poiché appartengono a chi in effetti non esercita alcuna attività agricola, presentandosi quindi poco utili all’approvvigionamento alimentare per gli insediamenti urbani; dall’altro, subiscono l’influenza negativa del progressivo sviluppo urbano, attraverso la continua riduzione delle aree agricole coltivabili. Ma l’agricoltura di prossimità rappresenta e fornisce pur sempre i prodotti della tradizione, prodotti di stagione e sostenibili da un punto di vista ambientale, senza mai abbandonare l’aspetto qualitativo e senza trascurare che la vicinanza alla città offre rilevanti opportunità alle aziende agricole, proprio perché intimamente legate alla prossimità di un potenziale mercato.

In tale scenario, legato all’approvvigionamento del cibo per la popolazione che vive nelle grandi città, è nata negli ultimi anni anche l’idea di una agricoltura urbana o c.d. vertical farm. Il merito del concetto del vertical farm è di uno studioso statunitense, Dickson Despommier, secondo il quale la creazione di fattorie verticali (edifici di modeste dimensioni o perfino dei grattacieli) rappresenterebbe una chiave rivoluzionaria per la produzione di cibo; le città, infatti, sono oggi diventate centri di servizi escludendo totalmente dal disegno urbanistico il loro lato produttivo.

Diversi sarebbero pure i vantaggi: coltivando in ambienti controllati si eviterebbe una contaminazione del cibo derivante da diversi elementi presenti nell’atmosfera; trattandosi di un ambiente controllato vi sarebbe altresì modo di evitare pesticidi sulle coltivazioni e di ridurre il consumo idrico, poiché in un sistema chiuso e controllato basterebbe una minima percentuale di acqua rispetto alla quantità utilizzata per coltivare un terreno.

Si tratta tuttavia di progetti in corso di sperimentazione, che rappresentano certamente una rivoluzione anche sociale, oltre che agricola ed urbana, destinati a scontare nella pratica non pochi problemi, poiché mantenere condizioni costanti di temperatura, umidità e luci artificiali, comporterebbe un consumo di energia più elevato rispetto a quanto accade in campi aperti.